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Operazione Terra bruciata, imprenditori costretti a pagare mille euro al mese ai "Mussi 'i ficurinia"

Le indagini, coordinate dalla Direzione Distrettuale Antimafia, riguardano l'arco temporale compreso tra il luglio 2018 e il gennaio 2021. La lunga mano del clan avrebbe condizionato anche le elezioni comunali di Randazzo del 2018, con voti portati ad esponenti politici in cambio di assunzioni pilotate ed assegnazioni di alloggi popolari

Quattromila euro ogni tre mesi. Questa la cifra che diversi imprenditori attivi nel settore edile, della panificazione, vitivinicolo e agricolo, dovevano versare ai Laudani per evitare danneggiamenti alle loro attività. Mille euro al mese, dodicimila l'anno suddivisi con una sorta di "rateizzazione" che cadeva a ridosso delle feste di Natale, Pasqua e Ferragosto. E' quanto emerso dall'indagine "Terra bruciata", condotta dai carabinieri del comando provinciale e della compagnia di Randazzo, che questa mattina hanno eseguito 21 ordinanze di custodia cautelare in carcere nei confronti di altrettante persone, accusate di associazione mafiosa, estorsione, traffico di droga, detenzione illegale di armi e munizioni. A questo elenco, si aggiungono altre 13 persone, alle quali sarà notificato l’avviso di conclusione delle indagini.

L'intimidazione mafiosa che fa scattare le indagini

Le indagini,  coordinate dalla Direzione Distrettuale Antimafia, riguardano l'arco temporale compreso tra il luglio 2018 e il gennaio 2021. Ad avviarle è un episodio che vede come protagonista Costanzo Giuseppe Zammataro, detto "Pippu u pazzu". La sua auto viene danneggiata, nel luglio del 2018, da alcuni colpi di pistola. Lui non denuncia. Cerca infatti una mediazione chiedendo, attraverso il giarrese Salvatore Trovato, l'intercessione di Paolo Di Mauro, responsabile del clan Laudani, che lo rassicura sul fatto che non avrebbe corso alcun pericolo se si fosse limitato a svolgere solo ed esclusivamente la sua attività di macellaio. I carabinieri intuiscono che l'intimidazione è maturata in un contesto criminale, afferente il mondo dello spaccio, e cominciano a piazzare telecamere ed a mettere in atto intercettazioni telefoniche ed ambientali. Da qui vengono fuori le figure di Samuele Portale,  dello zio Salvatore  Sangani e dei figli di quest'ultimo, Francesco e Michael, che controllavano le attività illecite sul territorio randazzese ed avevano a disposizione armi di vario genere, anche da guerra.

La gerarchia del gruppo randazzese dei "Mussi 'i ficurinia"

A sua volta, Sangani deve dare conto del suo operato a Paolo Di Mauro, capo area dei Laudani, deceduto nel gennaio del 2021. Approfondendo questo intreccio di nomi e gerarchie, i carabinieri hanno ricostruito l'organigramma del gruppo criminale che operava in quest'area etnea. Turi Sangani aveva infatti preso il posto del fratello Oliviero (in carcere per il triplice omicidio di Antonino Spartà e dei suoi dui figli, compiuto nel 1993 a Randazzo) dopo un periodo di detenzione, riorganizzando il gruppo mafioso e portando nuova linfa con un incremento delle estorsioni e del traffico di droga. Per evitare di essere intercettato, parlava al telefono con delle schede sim intestate ad ignari cittadini extracomunitari, imponendo anche durante gli incontri in presenza con altri soggetti, di non portare cellulari al seguito per evitare di essere "agganciati". In questo contesto sarebbero stati pienamente inseriti anche i figli Francesco e Michael Sangani ed il nipote Samuele Portale, suo braccio destro, incaricato della gestione degli approvvigionamenti di stupefacenti. In diverse occasioni, secondo quanto emerge dalle indagini, Portale avrebbe preso parte ad incontri con soggetti di altri gruppi criminali insieme a Pietro Pagano, sempre su incarico di Salvatore Sangani .

Le amministrative del 2018 a Randazzo inquinate dalla mafia

In occasione delle elezioni amministrative del Comune di Randazzo dell’anno 2018, sarebbe emerso il coinvolgimento del gruppo sulle attività dell'amministrazione comunale. Gli indizi raccolti dall'analisi delle intercettazioni mettono in evidenza, in particolare, i nomi di tre rappresentanti, cui sarebbero stati portati voti in cambio di assunzioni di favore presso la ditta Ecolandia ed assegnazione di alloggi popolari. Questi i nomi indicati dagli inquirenti: Emanuele Sgroi Francesco Giovanni , all’epoca delle indagini e tuttora Sindaco in carica, Carmelo Tindaro Scalisi, già consigliere comunale e attuale presidente del consiglio comunale e Marco Crimi Stigliolo, consigliere comunale nella precedente amministrazione, anch’essa guidata dal Sindaco Sgroi.

Il controllo del territorio ed il traffico di armi e droga

Ad occuparsi del traffico di cocaina, hashish e marijuana, sarebbero stati in maniera diretta Samuele Portale ed fratelli Francesco e Michael Sangani, con il contributo di Pietro Pagano. Sempre i fratelli Sangani avrebbero avuto la gestione delle armi, custodite sotto terra da Marco  Portale, fratello di Samuele. Per tirarle fuori all'occorrenza, c'era perfino un metal detector, sequestrato dai carabinieri.

Le estorsioni ed il ruolo degli "amici"

Per vincere la ritrosia delle vittime ed evitare il diretto coinvolgimento di membri dell'organizzazione, le somme di denaro venivano riscosse da soggetti insospettabili, spesso amici d'infanzia degli imprenditori taglieggiati. A dirigere il tutto sarebbero stati i fratelli Salvatore e Francesco Sangani e Samuele Portale. I proventi andavano poi a foraggiare le famiglie degli arrestati, secondo il più classico dei copioni di Cosa Nostra etnea. In alcuni casi, la richiesta estorsiva veniva “annunciata” dal sodalizio attraverso il posizionamento di una bottiglia contente liquido infiammabile all’esterno dell' attività commerciale della vittima, accompagnata da un pizzino con la scritta: “cercati l’amico buono”. In altre circostanze, alle minacce seguivano incendi e danneggiamenti veri e propri. Nonostante la collaborazione parziale di alcuni soggetti, non si è registrata alcuna denuncia di estorsione.

Le armi usate per finanziare il clan durante il lockdown

Nel corso delle indagini, i carabinieri hanno effettuato 15 arresti in flagranza di reato. In una circostanza per detenzione illegale di armi e munizioni anche da guerra e nelle altre quattordici occasioni per detenzione e spaccio di sostanze stupefacenti. Per quanto riguarda lo spaccio, sono state sequestrate 3 piantagioni di marijuana con oltre 3500 piante in totale, 15 kg della stessa sostanza, 2 serre per la produzione indoor con relativi gruppi di continuità, lampade, fertilizzanti, integratori per piante e riflettori di luce, 1 kg di hashish, 50 grammi di cocaina. Per quanto concerne invece armi e munizioni, che durante il periodo di lockdown venivano vendute o usate come merce di scambio per foraggiare le casse del gruppo criminale, provvisoriamente a secco, sono state recuperate 3 armi corte e 4 armi lunghe, tutte clandestine, oltre a canne, caricatori e varie componenti sempre clandestine, nonché centinaia di munizioni di diverso calibro e persino un 1 metaldetector. Quest’ultimo sarebbe stato impiegato dagli indagati allo scopo di poter rinvenire i loro arsenali, occultati in profondità nei terreni, anche dopo molto tempo. Senza dover segnalare, sulla superficie, il luogo del sotterramento.

Nota di colore: uno degli arrestati, Samuele Portale, aveva chiamato i suoi due cani Messina e Denaro con chiaro riferimento al superlatitante Matteo Messina Denaro.

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