Il catanese Sebastiano Ardita: "Politica, economia e mafia hanno spesso la stessa faccia"

Nel suo discorso in occasione dell'inaugurazione dell'anno giudiziario, il procuratore Sebastiano Ardita, membro del Consiglio Superiore della Magistrura, analizza lo stato della giustizia italiana

"L’anno trascorso si è distinto per significativi cambiamenti sul piano politico istituzionale che hanno riguardato anche il mondo giudiziario. In questo periodo di tempo ci sono state elezioni politiche ed il varo di un nuovo governo che ha iniziato ad operare in una fase nella quale i sistemi processuali - in particolare quello penale - pativano già una condizione di gravissima crisi. Si è inoltre insediato, per il rinnovo quadriennale, il nuovo Csm la cui credibilità e il cui gradimento tra i magistrati - non gioverebbe nasconderlo - erano scesi fino al loro minimo storico. Il quadro delle scelte normative adottate negli anni scorsi non appare confortante; esso raffigura interventi frammentari, insufficienti, spesso emozionali, in qualche caso peggiorativi delle già difficili se non disastrose condizioni nelle quali si e’ stati costretti ad operare".

"Interventi inidonei a stabilire i giusti equilibri tra valori in gioco, non costruiti in una ottica di sistema e non accompagnati da una scommessa sulle risorse umane su cui grava il compito di erogare un servizio. Interventi che hanno negato una visione unitaria alla esperienza giudiziaria. Si è preteso di riformare la giustizia sfoltendo le guarentigie sostanziali e aumentando le responsabilita’ dei magistrati; di riformare il carcere rinunciando a qualificare la polizia penitenziaria, ed anzi mortificandone il ruolo fino a relegarla a compiti di custodia, anziché farne una moderna polizia della Giustizia. Ed anche dal nuovo governo - se si fa salvo il programmato intervento sulle risorse - non sono giunti segnali di discontinuità rispetto a questo stato di cose. Per altro verso nell’ultimo anno, fino ai recenti giorni trascorsi, abbiamo registrato fatti gravi, relativi ad arresti di appartenenti all’ordine giudiziario - su iniziativa proveniente anche da questo distretto in virtù della competenza derivata ex art. 11 cpp - che denotano da un lato la volonta’ di eradicare dall’interno ogni forma di impunità, per fatti di corruzione o anche di semplice malcostume; dall’altro la necessità di mantenere altissimo il livello di trasparenza e di correttezza dell’azione di chi attende alla quotidiana amministrazione della giustizia".

"L’ingolfamento della giustizia ha sopraffatto gli sforzi dei tribunali, sovrapponendo alla complessa attiviità del giudicare, la frenesia di una produttività basata su grandi numeri, l’angoscia per i termini in scadenza, le formalità di ruoli e fascicoli da tenere burocraticamente apposto. A fronte di tutto ciò governo politico ed autogoverno giudiziario troppo spesso agli occhi degli operatori sono apparsi autoreferenti, anziché vicini al fronte dove si amministra giustizia. La politica ha emesso i suoi proclami arrivando a prospettare che si stabilisse “per legge la durata dei processi” come se i tempi non fossero la risultante di regole a volte bizantine e della mancanza di scelte politiche di dotazione e riorganizzazione; e l’autogoverno dei magistrati non è stato in grado di contrapporre un limite oltre il quale la produttività potrebbe divenire una giustizia denegata, laddove per giustizia si intenda una attività che consideri i cittadini soggetti meritevoli di una attenzione qualificata, che non si esaurisca nel dedicare pochi minuti ad ogni decisione. A proposito di ciò nel solo tribunale di Messina negli ultimi anni sono stati definiti in media all’anno oltre 17000 procedimenti civili e oltre 8000 cause penali. Si tratta di numeri di per sé alti - anche se esistono realtà ancora molto più gravate - e che danno la misura del tempo che in concreto può essere dedicato ad ogni processo".

"In più la giustizia penale e quella civile risentono della forte influenza della criminalità di tipo mafioso, che qui è presente - non solo nella provincia ma anche in città - sotto multiformi vesti, non tutte a prima vista facilmente riconoscibili, come testimoniano i processi già definiti e quelli tuttora in corso. Occorre riportare la giustizia su un piano di razionalità, che non significa limitare le garanzie dell’imputato, ma solo rendere i processi luoghi dove torni ad abitare la ragionevolezza. Nei quali la fondatezza delle proprie posizioni valga quanto le forme da rispettare; dove - solo per fare un esempio - il problema dell’avvicendamento dei giudici possa risolversi cambiando le norme sulla rinnovazione dei dibattimenti, anziche' allungando i periodi di permanenza per chiedere i trasferimenti. Inoltre tra i magistrati - anche tra i più seri ed operosi, come ha magistralmente osservato il presidente della Corte Costituzionale Giorgio Lattanzi - si è venuto a determinare un malcontento per la degenerazione del potere interno. Ed è questa la principale sfida a cui e’ chiamato a rispondere il nuovo CSM: riportare l’organo di governo autonomo ad essere supporto della giurisdizione, pensato per garantire la funzionalità e l’indipendenza dei singoli e degli uffici e non come luogo di riferimento gerarchico, di burocrazia e di potere, come purtroppo troppo spesso e’ stato avvertito. La 4 commissione del CSM di cui sono componente si sta impegnando per delimitare il perimetro quantitativo oltre il quale ogni coscienziosa attivita’ del giudicare non può essere garantita e la giustizia rischia di divenire burocrazia".

"Si tratta della definizione dei carichi esigibili che non sara un denegare giustizia, non consisterà in un rifiuto del lavoro oltre un limite di quantita’, ma vorrà solo delimitare il campo delle responsabilità per le inefficienze del sistema giudiziario: perche’ senza criteri di controllo quantitativo dei procedimenti è solo apparente componimento dei conflitti. Nella 1 Commissione di cui pure sono componente si lavora per garantire massima trasparenza e rigore nella applicazione dell’istituto della incompatibilità ambientale che incide sul principio di inamovibilità".

"Ma anche per orientare le cosiddette pratiche a tutela alla reale difesa della base dei magistrati che operano nella prima linea - per salvaguardarne la piena autonomia ed integrita' nell’esercizio della funzione, da chiunque venga minacciata - e non certo come strumento di irruzione nel dibattito politico. Si lavora inoltre per semplificare e liberare dalla burocrazia alcune pratiche di autorizzazione all’espletamento di incarichi di insegnamento. Il CSM sta lavorando inoltre per garantire al meglio la mobilita’ ordinaria, per studiare forme di sussidio ai magistrati colpiti da malattia, per semplificare il procedimento relativo alle valutazioni di professionalita’. Esso si e’ dotato negli anni scorsi di un nuovo Regolamento interno, caratterizzato da una ampia pubblicità dei lavori di tutte le Commissioni, dalla nuova disciplina relativa ai rapporti tra Comitato di Presidenza, Commissioni e sede plenaria, dalla puntuale ridefinizione di alcuni procedimenti speciali. Ma ancora molto di più si può fare e si farà per riportare il CSM al suo compito di istituzione servente della giurisdizione e attenta alle esigenze della base degli operatori più che alle sollecitazioni che giungono dalle istituzioni politiche".

"Alexis de Tocqueville sosteneva già nella prima meta dell’ottocento'I popoli il cui stato sociale e’ democratico non disprezzano per loro natura la libertà … ma quello che essi amano di amore eterno è ‘l’eguaglianza… si slanciano verso la liberta’,…ma quanto alll’eguaglianza preferirebbero piuttosto perire che perderla…” La Giustizia, in quanto strumento concreto di eguaglianza, e’ dunque per la democrazia un bene supremo. Un bene da curare gelosamente - e rendere credibile per parte nostra - sottraendolo alla ricerca di consenso, o di polemica politica. Dobbiamo essere consapevoli che la demagogia sui processi nuoce alla giustizia quanto il pregiudizio verso le istituzioni politiche nuoce al buon governo della cosa pubblica. Per questo riteniamo che la strada del dialogo rappresenti l’unica possibile opportunità, ma senza che ciò comporti la rinuncia alle condizioni minime che consentano di operare nell’interesse dei cittadini, ai quali spetta la sovranita’".

"Il compito dell’autorità politica è quello di riformare; quello dell’autogoverno è sostenere e tutelare la giurisdizione, come espressione mediata ma autentica della volontà popolare. Entrambe le Istituzioni devono assicurare le condizioni che facciano sentire i cittadini protagonisti di tutto quel che incide sul corpo sociale. E dunque - salvo il diritto di critica - devono infondere l’idea che tutto ciò che è Istituzione - specialmente quella giudiziaria - va rispettato proprio perché è espressione del popolo; e, per usare ancora le parole di Tocqueville “ che non esiste alcuna forza fuori dalla società… e nessuno osi concepire l’idea di cercarne altrove”.

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