La coca, il debito da 130 mila euro, il sequestro Fragalà: l'omertà prima di tutto

La storia di un sequestro avvenuto a Pomezia da parte dei catanesi del clan Cappello per uno "sgarro" in un affare di droga e l'incredibile silenzio della famiglia

Vanessa Ragonese e Salvatore Saitta

Una compravendita di cocaina sull'asse Roma - Catania per 130 mila euro, un affare finito male, la tensione che sale, un sequestro di persona con l'intervento dei carabinieri e poi l'omertà più totale per non tradire i valori di Cosa Nostra.

Se fosse un romanzo l'avrebbe partorito direttamente la mente di Mario Puzo. Ma non è un libro o una storia di fantasia. Questa è stata una storia vera che ha avuto come protagonista la famiglia Fragalà, decapitata dall'operazione Equilibri, che ha esportato la mafia etnea nel Lazio con un poderoso gruppo criminale attivo dagli anni '80 sino al 1995 a Torvajanica e che, a partire dal 2009, riprende terreno, potere e influenze.

Il gruppo criminale trova terreno fertile inserendosi nel tessuto economico laziale attraverso estorsioni, minacce ai commercianti, aprendo attività e ovviamente commerciando droga. Proprio quest'ultima sarà il casus belli di un affare, poi andato a male, proprio a Catania culminato con un tentativo di sequestro.

Il viaggio sotto il vulcano per 130 mila euro

E' l'ottobre del 2015 quando Salvatore Fragalà va a Catania con Michele Chiaffarata e Enrik Memaj, cittadino albanese, per una grossa compravendita. A chiedergli la roba, una partita di coca, è Sebastiano Sardo - esponente di spicco del clan Cappello, detto "Jano Occhiolino" che consegna a Fragalà circa centomila euro come "acconto".

I tre hanno raggiunto Catania, partendo da Roma, con due auto diverse e Fragalà ha incontrato nella città etnea Vanessa Ragonese, moglie di Salvatore Saitta che è "figlioccio" di Salvo Fragalà e che svolgerà per tutto l'affare un ruolo di mediazione tra le due controparti, conoscendo anche Sardo.

L'affare non fila subito liscio e tra i tre c'è subito tensione. Per via di alcuni ritardi Michele Chiaffarata lascia Catania ed abbandona la trattativa, mentre per prendere tempo con Memaj viene simulato un "fermo" da parte delle forze dell'ordine a Salvatore Fragalà. Dopo qualche giorno tutto si risolve tanto che l'albanese e Fragalà vanno assieme in un night di Acireale "per festeggiare".

Il ruolo di Saitta

E' Sante Fragalà, fratello di Salvatore che collabora con i magistrati, a chiarire il ruolo di Salvatore Saitta: è lui il tramite tra la famiglia etnea trapiantata a Roma e Sebastiano Sardo, esponente del clan Cappello che gestiva il traffico di stupefacenti in città.

Però, dopo l'incontro a Catania - secondo la ricostruzione che fa Sante Fragalà - la cocaina non arriva a Sardo e così viene chiesta la restituzione del denaro. Ma per molti mesi non si riceve nessuna risposta. Così gli esponenti del clan Cappello si rivolgono a Saitta e alla moglie mandando anche una lettera dai contenuti chiari: "Qua non ci stanno né padrini, né figliocci. Basta!".

L'arresto di Sardo

Sebastiano Sardo conclude l'affare con Fragalà il 26 ottobre 2015. Il giorno successivo viene arrestato ma non demorde: rivuole i suoi soldi. Così viene sollecitata anche la moglie di Saitta, Vanessa Ragonese, per contattare l'irreperibile Salvatore Fragalà che, però, pur promettendo di incontrare gli esponenti e i parenti di Sardo si sottrae al confronto.

Dopo vari tentativi il fratello di Sebastiano Sardo, Luca Davide, riesce a incontrare sia Salvatore Fragalà sia Enrik Memaj, in una stazione di servizio autostradale all'altezza di Borgo Laino. Incontro che non serve a granchè visto che quando a Sebastiano Sardo, nel gennaio 2016, vengono concessi i domiciliari i toni dello scontro si alzano di nuovo. Fragalà non ha restituito i soldi di un affare che si sarebbe dovuto interrompere subito dopo l'arresto dell'esponente del clan Cappello.

Il viaggio Catania - Pomezia

Nel febbraio del 2016 sono tre etnei, legati a Sardo, ad andare a Pomezia in cerca di Salvatore Fragalà. Si tratta di Concetto Zanti, Antonino Santangelo e Maurizio Francesco Perna.  Non trovandolo si vedono con lo zio, Alessandro Fragalà, che in alcune intercettazioni, descrive le intenzioni del terzetto. Concetto Zanti aveva detto a chiare lettere, che, a rischio della propria vita, avrebbe dovuto portare a Catania i soldi: "O mi porto suo nipote - dice ad Alessandro Fragalà - o mi porto i soldi. Se torno senza niente mi ammazzano a me".

Nonostante venga fissato un altro appuntamento tra gli albanesi, Fragalà e i tre catanesi si conclude tutto con un nulla di fatto. Anche in questa occasione Salvatore Fragalà non si presenta. Una conversazione telefonica, tra Santo D'Agata e un interlocutore non identificato di Catania, è eloquente sulla vicenda: "Le mie intenzioni le sai, perciè quello farò. Mi dispiace, gli devi dire che ci saranno da oggi solo problemi".

Il sequestro e l'omertà

I problemi arrivano veramente. Il padre di Salvatore Fragalà, Ignazio, gestisce a Pomezia una avviata pasticceria con prodotti tipici siciliani come punta d'eccellenza. Proprio dalla Sicilia arriva un gruppo del clan Cappello per "vendicare" lo sgarro della mancata restituzione dei soldi.

Ignazio Fragalà viene legato e caricato su un'auto. Percorre, ostaggio dei suoi rapitori, la Salerno Reggio e in prossimità di Messina intervengono i carabinieri che lo liberano. Inizialmente Ignazio Fragalà ammette il tentativo di rapimento ma poi ritratta tutto.

Ma chi ha allertato i carabinieri? Secondo l'ordinanza degli inquirenti la famiglia Fragalà sospetta la moglie di Ignazio, Santa Cantella che, preoccupata per le sorti del marito vittima del rapimento, avrebbe avvisato il 112.

Proprio per la donna ci saranno parole di disprezzo. Anche davanti a un sequestro di persona. Questo perché le cose di mafia si debbono risolvere da "uomini d'onore" e non chiamando i carabinieri.

La prima a redarguire la moglie di Ignazio è la figlia Mariangela Fragalà che alle forze dell'ordine dice che il padre era uscito a mangiare una pizza e che non era stato sequestrato. Tutta la famiglia, dopo la "liberazione" di Ignazio, pressa l'uomo affinché corregga le sue iniziali dichiarazioni: "Deve andare a smentire subito ai carabinieri".

Ritrattazione che Ignazio Fragalà compie fornendo una versione diversa da quella che aveva reso in precedenza, scagionando completamente i suoi rapitori. Nel clan Fragalà collaborare con la giustizia, come emerge dalle intercettazioni, vuol dire "buttare nel fango una razza intera".

Per il sequestro, sventato dai carabinieri nel porto di Messina, sono stati condannati in primo grado Gaetano Ferrara, Marco Guerrera, Francesco Maurizio Perna, Antonio Ivano Santangelo, Luca Davide Sardo, Concetto Zanti, Simone Guglielmino e Francesco Cuffari.

Con l'operazione Equilibri emerge questo episodio che ritrae uno spaccato criminale che ricorda la vecchia mafia e rimarca la spregiudicatezza dei clan.

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