"La sordina sugli affari dei Santapaola-Ercolano": sotto accusa la linea editoriale di Ciancio

Dopo la bufera che ha colpito ieri l'imprenditore Mario Ciancio, arrivano oggi i dettagli della decisione del Tribunale di Catania che ha disposto, su indicazione del Ros dei carabinieri, il sequestro di 31 società e dei conti correnti dell'editore etneo

"Meglio tardi che mai", spiega con una battuta il colonnello del Ros. Alle sue spalle le slide che illustrano le indagini su Mario Ciancio Sanfilippo e sul suo "asset imprenditoriale". I conti, i movimenti, la ricostruzione degli investigatori. Una presa di consapevolezza che, con una punta di autocritica, viene mossa anche dal procuratore capo di Catania Carmelo Zuccaro, che ammette: "E' vero, sono passati tanti anni dai fatti contestati, ma stiamo facendo grossi passi in avanti".

La saletta stampa della procura è piena, molto più del solito. Il motivo è chiaro: questa volta magistrati e carabinieri illustrano i dettagli del provvedimento che ha portato al sequestro ed alla confisca dei beni riferibili a Mario Ciancio Sanfilippo. Imprenditore e magnate dell'editoria catanese, per oltre 40 anni e fino a ieri direttore del quotidiano La Sicilia, ed oggi alla sbarra con l'accusa di concorso esterno in associazione mafiosa. Un momento 'storico' per il giornalismo catanese, nel bene e nel male. Un giorno in cui dagli inquirenti arrivano accuse pesantissime. Soprattutto nei confronti della linea editoriale imposta all'interno del gruppo editoriale de La Sicilia che, secondo Zuccaro, metteva in "sordina gli affari degli Ercolano".

Realtà imprenditoriale, quella del gruppo editoriale, in cui lavoratori, a prescindere dagli esiti delle vicende giudiziarie, rimangono attualmente con il fiato sospeso, in attesa di capire le scelte dei due nuovi amministratori giudiziari inviati dal Tribunale. Anche perchè, come hanno spiegato i pm, "le casse del gruppo versano in una situazione molto critica".

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"Provo stremo disagio di essere alla guida di una procura in cui decenni fa si negava anche l'esistenza di Cosa nostra - ha spiegato Zuccaro - è innegabile che oggi dobbiamo recuperare tutto il tempo perduto. Ci sono state però svolte significative: il mio predecessore Salvi ha saputo imprimere una linea importante. Abbiamo grandi responsabilità è vero - spiega ancora - ma il clima delle connivenze era come se avesse innalzato dei muri da abbattere, compito che oggi spetta a noi e che noi stiamo portando avanti con caparbietà".

Le indagini ed il ruolo di Ciancio

La tensione sulla tematica, del resto, si nota sin dalle prime parole del procuratore. Una scelta accurata di parole, per introdurre gli esiti di un decreto realizzati grazie al "lavoro certosino e scrupoloso dei magistrati, dei tecnici". Operato "ineccepibile", secondo il vertice dei pm, a partire proprio dai motivi che hanno portato il Tribunale a riconoscere la 'pericolosità sociale di Mario Ciancio'. "Gli accertamenti portati avanti dal Ros dei carabinieri e dal reparto Anticrimine - ha spiegato Zuccaro - hanno messo in luce un apporto costante nel tempo di Mario Ciancio nel rafforzamento di Cosa nostra, della famiglia catanese dei Santapaola, offerto attraverso tre tematiche che il Tribunale delle misure di prevenzione ha approfondito".

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La sordina sugli affari dei Santapaola-Ercolano

Tre filoni "correlati e connessi" ha spiegato ancora il pm, su cui si basa il fondamento giuridico del decreto di sequestro. In primo luogo, è stata riconosciuta la fondatezza dell'esistenza di "rapporti anche personali tra Ciancio e i vertici della famiglia catanese di Cosa nostra, impostato tra uno scambio di favori a partire dagli anni '70, dai tempi di Giuseppe Calderone, passando poi per Benedetto Santapaola". La sezione 'Misure di prevenzione' ha poi appurato che la "linea editoriale che Ciancio ha imposto al giornale e alle emittenti televisive era basata sul 'mettere la sordina' agli interessi economici controllati dai Santapaola a Catania e sull'ampia rete di collusione tra imprenditoria, vertici istituzionali e Cosa nostra".

Ma non solo. La "sordina" sarebbe stata applicata anche "su quelli che erano i personaggi di Cosa Nostra che non risultavano ancora pubblicamente colpiti da provvedimenti giudiziari. Solo in caso di provvedimento, i giornalisti si accodavano alle altre realtà editoriali e ne davano notizia". Il terzo aspetto, invece, riguarda "Il fatto che molte tra le più importanti iniziative imprenditoriali hanno coinvolto esponenti della famiglia catanese di Cosa nostra - ha aggiunto il procuratore - in speculazioni di carattere immobiliare, consentendo loro di lucrare generando ingenti guadagni. Sia per l'individuazione dei terreni destinatari di queste iniziative, che per l'individuazione dei soggetti che hanno poi effettuato i lavori all'interno delle aree interessate".

I rilievi del Ros dei carabinieri

Al maggiore Tarillo, della sezione Anticrimine dei carabinieri, è spettato il ruolo di ricostruire le indagini nel dettaglio: "L'attività si è rivelata estremamente complessa, sia per le dimensioni degli accertamenti svolti, che per la linea temporale - ha spiegato l'ufficiale - Abbiamo ricostruito fatti e condotte che si riferiscono a circa 40 anni, dagli anni Settanta al 2013. Per questo abbiamo dovuto attingere a fonti documentali antiche, dovendole poi riscontrare con l'aiuto di 11 collaboratori di giustizia", ha aggiunto. "In alcuni casi ci siamo riferiti ad elementi provenienti dal provvedimento 'Iblis', mentre abbiamo poi ricostruzione l'asset patrimoniale di Ciancio ed offerto in tal modo alla procura il materiale sul quale poi tecnicamente procedere per la quantificazione della sperecuazione con i redditi dichiarati dall'imprenditore".

I pentiti

Secondo magistrati e carabinieri, sono stati diversi i collaboratori che hanno raccontato la loro versione dei fatti su Ciancio. Come ha spiegato la dottoressa Agata Santonocito, pm titolare dell'indagine insieme ad Antonino Fanara: "Un collaboratore palermitano, in particolar modo, ha riferito un episodio significativo che resituisce la misura dell'importanza di Ciancio soprattutto per i rapporti che era in grado di coltivare con ambienti istituzionali". "Il pentito Di Carlo riferisce infatti che in occasione dell'omicidio del sindaco di Trapani, nel 1980, Ciancio avrebbe avuto un ruolo nel veicolare la notizia che Benedetto Santapaola - fermato dai carabinieri insieme a Mangion e per questo accusato del fatto - fosse un 'grosso contrabbandiere' e non un boss". "Un altro collaboratore più recente - ha concluso la pm - Santo La Causa, ha raccontato di come Cosa Nostra abbia avuto una parte importante nel progetto Stella Polare, nei terreni di proprietà di Ciancio". 

Il rapporto tra Pippo Ercolano e Mario Ciancio

Sono stati poi due gli elementi che per i giudici hanno contentito di comprendere fno a che punto l'editore fosse "permeabile rispetto alle esigenze della criminalità", continua Santonocito. "Prima di tutto il rimprovero al giornalista Concetto Mannisi per un articolo del 1993, in cui etichettava Pippo Ercolano come 'noto boss della Cosa nostra catanese' - spiega il magistrato - Quello che ci ha colpito era l'apparente 'normalità' del fatto che un soggetto notriconosciuto come esponente di Cosa nostra avesse accesso a La Sicilia e davanti al direttore chiamasse davanti a sé il giornalista per chiedere di dare spiegazioni". Un altro altro episodio è invece risalente al 1982, quando "Ercolano, a seguito di un articolo, si era recato di gran furia nei locali per rappresentare la sua rabbia perché 'non si aspettava da amici comportamenti di questo tipo' ". Giuseppe Ercolano, noto come Pippo, è padre di Aldo Ercolano, condannato in via definitiva e indicato come mandante dell'omicidio del giornalista Pippo Fava. A spiegare meglio il primo episodio, in conclusione, è stato lo stesso Zuccaro: "Ciancio in quel caso prese le distanze dal comportamento di Mannisi proprio attraverso la convocazione del suo dipendente".

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