Il caso della pavimentazione della Cattedrale, interviene anche l'ordine degli architetti

Così il presidente dell’Ordine degli Architetti di Catania Giuseppe Scannella pone in rilievo la delicata questione sociale e culturale che sta alla base dell’accaduto

"La polemica che si sta sviluppando sugli insulsi lavori di ripavimentazione del sagrato della cattedrale della città – un bel manto d’asfalto accanto ad una pavimentazione marmorea ottocentesca posta alla base di un capolavoro storico-architettonico – dà lo spunto per riflettere sull’uso e sulle modalità di cura e tutela dei beni storici (anche dell’intero costruito) nella nostra città". Così il presidente dell’Ordine degli Architetti di Catania Giuseppe Scannella pone in rilievo la delicata questione sociale e culturale che sta alla base dell’accaduto.

"Quando si tratti di beni storici, vengono affidati alla Soprintendenza – continua – che a volte viene sorpassata dalla fantasia di qualche fervido esecutore. La questione quindi, oltre che ad avere aspetti legali e burocratici (mancanza del prescritto Nulla Osta) riguarda la diffusa mentalità pressapochista, priva di qualsiasi sensibilità e senso del decoro, con la quale la società nel suo complesso affronta la manutenzione, qualificazione, trasformazione dello scenario urbano".

"Decenni di deregolamentazione in tema di competenze professionali, di mercato dei servizi e degli appalti, hanno instillato l’idea che tutti possano far tutto, e siano competenti in ogni disciplina. Non vi è alcuna necessità, se non per qualche obbligo di legge (considerato più formale che sostanziale) di rivolgersi a professionisti di provata e certificata competenza e capacità. Ecco che chiunque si sente in diritto di decidere autonomamente come intervenire di fronte a una banale questione (la sicurezza dei visitatori) e lo fa con i mezzi culturali e specialistici di cui dispone: insufficienti", sottolinea il presidente Scannella.

"Non deve stupire il caso Catania, se non per la rilevanza indiscutibile del luogo e del contesto perché, per la verità, ciò avviene tutti i giorni, dal proprietario di un immobile che dispone l’esecuzione di opere senza l’assistenza di un progettista qualificato, all’impresario che “sa lui come fare”. Non solo dalle nostre parti".

E conclude: "È il risultato di una visione solo mercantilistica della professione. È una preoccupante mancanza d’interesse per il bene comune, verso il valore dell’ambiente e del costruito, cui solo una risposta forte, culturalmente elevata e radicale, potrà forse dare soluzione. Forse val la pena di immaginare la figura dell’architetto “condotto”, dell’architetto indipendente-pubblico ufficiale, che abbia la responsabilità della tutela di beni che, per il loro valore, sono patrimonio di tutti, non solo del proprietario catastalmente individuato. Nel frattempo chi ha responsabilità di questa scempiaggine passata e presente, abbia la compiacenza di dare un segno di umiltà, e non immaginiamo salvifiche soluzioni perché, per risolvere il problema basta poco: solo un pizzico di buon senso".

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