Stupro di gruppo, il racconto della vittima: "Ho chiesto aiuto a un amico, ma non ha fatto nulla"

Le richieste di aiuto via whatsapp e le voci degli aggressori: "Mpare a chidda ma isu iu"

La violenza subita e le richieste di aiuto inascoltate: quello che emerge dal racconto fatto dalla vittima ai carabinieri restituisce un quadro drammatico, come rivelato da Repubblica Palermo.

La ragazza americana è andata a denunciare i suoi aggressori nella notte fra il 16 e il 17 marzo, in quella occasione più volte ha fatto riferimento ai messaggi inviati a un amico chiedendo aiuto mentre stava per essere stuprata da Roberto Mirabella, Salvatore Castrogiovanni e Agatino Spampinato.

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“Per favore aiutami – chiede con un messaggio vocale la ragazza – ci sono dei ragazzi, non voglio”. Ma secondo quanto riferito dalla vittima il presunto amico Salvo non avrebbe accolto le richieste poiché “non capiva e che non aveva l'auto. Una cosa assurda”, dice la ragazza ai carabinieri. L'ultimo messaggio lo invia quando si è già consumato il dramma: “Ti odio davvero”. Dalle note vocali Whatsapp rimaste senza risposta e con le quali la ragazza chiedeva aiuto si sente anche la voce di uno degli stupratori: “Compare, te la posso dire una cosa? A chidda ma isu iu”, mentre la vittima disperata chiede ancora: “Aiuto, aiuto, sono nell’auto”.

Ma non è tutto, intorno a mezzanotte la ragazza riesce a mandare anche la sua posizione esatta, la stradina del lungomare che conduce al porto turistico “Rossi”, ma nulla. Subito dopo si sente ancora la violenza in diretta. “Vieni qua”, dice uno dei ragazzi. “Non voglio”, grida lei. “Sì che vuoi”, dice un altro. “No, basta. Non voglio, non voglio”. “Quando si sono accorti che avevo il cellulare in mano, hanno provato a togliermelo – ha raccontato la vittima - ma sono riuscito a tenerlo”. Diversi i tentativi di contattare il 112, ben undici nell'arco di circa un'ora, ma gli aggressori la bloccavano. “I richiami d’aiuto si sono susseguiti in un arco di ben un’ora e 45 minuti”, questo afferma il giudice per le indagini preliminari.

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Il racconto della ragazza in sede di denuncia avviene ventiquattrore dopo lo stupro, grazie anche al supporto di un amico carabiniere della famiglia che la ospitava. La ragazza in quella sede consegna le sue calze nere strappate, una gonna blu, un foulard e un paio di slip e piange: “Qui ci sono le prove di quello che hanno fatto”. “Venerdì mi trovavo con un’amica al Lupo bar di via teatro Massimo. Si sono avvicinati tre giovani, hanno poggiato i loro bicchieri sul nostro tavolo e hanno iniziato a parlare. Erano gentili”. La ragazza fa anche un video, lo manda a una sua amica, che le risponde: “Roberto lo conosco, ha frequentato la mia stessa scuola, stai tranquilla, è un ragazzo per bene”. Ma poco dopo la invitano a salire sulla loro auto. “Mi hanno afferrata per un braccio, mi dicevano: stai zitta. E mi hanno spinta sul sedile posteriore”. La portano in una strada buia. “Hanno cercato di farmi fumare della marijuana, ma ho rifiutato. E a quel punto hanno iniziato a mettermi le mani addosso”. La ragazza adesso è tornata negli Stati Uniti, prima di partire però ha rivolto un ringraziamento speciale al maresciallo dell'Arma che l'ha accompagnata a denunciare: “Vi ringrazio di tutto, ma ora devo andare via, non ce la faccio, sono un fascio di emozioni. Troppo per me”.

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