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Cronaca

Coltivava cannabis per alleviare gli effetti della sclerosi multipla, prosciolto dall'accusa di detenzione

Un uomo di mezza età, in sedia a rotelle, coltivava la cannabis terapeutica prevista dalla sua terapia. I carabinieri avevano scoperto la sua attività e avevano sequestrato tutto con l'accusa di detenzione ai fini di spaccio

"O fai di tutto per vivere, o fai di tutto per morire". Avrà ripetuto dentro di sé le parole che Morgan Freeman pronuncia nel film "Le ali della libertà" un uomo, catanese, di mezza età piegato da una malattia subdola e altamente invalidante come la sclerosi multipla. Percependo una pensione di invalidità dallo Stato di soli 600 euro, ha cercato di alleviare la sua sofferenza e quella dei suoi familiari, iniziando a coltivare la sua medicina: la cannabis. 

Non un capriccio, ma una necessità. Una necessità per poter vivere, per combattere la rigidità muscolare determinata dalla malattia, per poter riacquisire un minimo di indipendenza anche nei confronti degli anziani genitori che lo accudiscono. L'uomo era stato incluso in un progetto pilota dell'Istituto Superiore di Sanità per la sperimentazione dei benefici della cannabis terapeutica ma una serie di fattori gli aveva impedito di poter proseguire le cure. In primo luogo le difficoltà dovute al lockdown gli avevano reso difficile recarsi sino a Messina per l'acquisto dei prodotti derivati dalla cannabis e posti legalmente in vendita in quanto farmaci; in secondo luogo le crescenti difficoltà economiche che non gli avevano consentito di poter sborsare 400 euro al mese per poter acquistare i quantitativi necessari per la terapia da seguire.

L'autocoltivazione

Così l'uomo - aiutato dalla sua famiglia - ha iniziato a coltivare la cannabis nel giardino di casa allestendo una piccola serra per la successiva essiccazione. Un rimedio "domestico" ai problemi relativi ai costi e anche alla poca disponibilità di farmaci a base di cannabis. E qui una storia di malattia - e di dolore - si è scontrata con le leggi dello Stato, o meglio con la carenza di una legge specifica per casi così delicati ma che emergono sempre più spesso nelle cronache.

Lo scorso ottobre, infatti, i carabinieri hanno citofonato a casa dell'uomo con un mandato di perquisizione e hanno trovato e sequestrato tre piante di marijuana e una piccola serra. L'accusa è pesante: detenzione e produzione di stupefacenti ai fini della vendita, quindi dello spaccio. Così l'uomo si rivolge al suo legale per pianificare la sua difesa e a raccontarci l'accaduto è l'avvocato Manfredi Zammataro che lo ha assistito.

L'intervento della giustizia

"La vicenda era assolutamente chiara - spiega Zammataro -. Non eravamo in presenza di una produzione ai fini di spaccio, in quanto non vi era alcun materiale per il confenzionamento o la pesatura (come i bilancini di precisione) che di solito vengono sequestrati. Vi era una auto produzione da parte di una persona malata, con un preciso piano terapeutico e che si trovava sulla sedia a rotelle. I benefici della cura tramite la cannabis erano notevoli ma non avendo più la possibilità economica di sostenerla avevo provveduto ad auto produrre. Per queste ragioni abbiamo chiesto di essere ascoltati dagli inquirenti per dimostrare la totale estraneità del mio assistito a quanto contestato".

L'interrogatorio è avvenuto nell'ottobre del 2021 e l'uomo ha illustrato - con documenti alla mano - agli inquirenti il suo piano terapeutico e la necessità di fruire della terapia prescritta per migliorare la sua mobilità e quindi rendersi indipendente. Il suo "consumo" era quindi strettamente personale. Un caso analogo a quello di Walter De Benedetto che nell'aprile del 2021 è stato giudicato non colpevole del reato spaccio di stupefacenti dal tribunale di Arezzo.

Il pubblico ministero ha disposto così, due giorni prima del Natale del 2021, l'archiviazione per il catanese affetto da sclerosi multipla poiché la sua condotta - come scrive lo stesso pm - "rientra nell'alveo del non punibile anche perché l'assunzione viene addirittura prescritta". 

"Si tratta di un’archiviazione importante  - commenta l'avvocato Zammataro - e qui è entrata in gioco la sensibilità e anche la comprensione del pubblico ministero e del tribunale di Catania nella persona del giudice per le indagini preliminari che hanno accolto la nostra tesi. Si è riconosciuta quindi la non punibilità dell'auto produzione a fronte di comprovate esigenze terapeutiche. La questione della cannabis terapeutica dovrebbe essere affrontata dal legislatore poiché al momento vi è un vuoto normativo e di fatto i tribunali italiani stanno colmando un vulnus. Bisogna porre nelle sedi politiche il problema che hanno i malati, i quali debbono essere messi nelle condizioni di poter seguire il loro percorso terapeutico".

I problemi nel reperimento

Nel nostro Paese l'uso terapeutico della cannabis è legale dal 2006 ma vi sono due ordini di problemi: le quantità insufficienti rispetto alla domanda e i costi. Il nostro sistema sanitario nazionale si approvviggiona della cannabis terapeutica in due modi: il primo è attraverso lo Stabilimento Chimico Farmaceutico Militare di Firenze, che ne produce circa 500 chili all’anno in un regime di monopolio di Stato; il secondo è d’importazione (per la maggior parte dall’Olanda), per cui l’Italia, attraverso il Ministero della Salute, distribuisce i prodotti alle farmacie private e agli ospedali. Ma si tratta di quantitativi non sufficienti per i tanti malati che soffrono, parliamo di pazienti affetti da malattie degenerative o malati oncologici.

Diversi sono i disegni di legge proposti volti alla depenalizzazione della autoproduzione di cannabis terapeutica. Il caso accaduto a Catania si annovera, quindi, in una ormai ampia giurisprudenza. Adesso spetta a chi fa le leggi provvedere per dare il diritto di vivere, dignitosamente, a chi sta soffrendo evitando di far incorrere in processi e rivoli legali centinaia di famiglie.

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