"Fake Bank", la gestione scellerata e i prestiti agli "amici"

I vertici di Banca Base concedevano affidamenti senza sufficienti garanzie: tra i beneficiari, il Centro Turistico La Scogliera, riconducibile all'immobiliarista Domenico Toscano; l'editore Mario Ciancio Sanfilippo

“Il vero ladro non è chi rapina una banca, ma chi la fonda”: questa citazione, attribuita a Bertold Brecht, sembra descrivere perfettamente lo scenario emerso dall'inchiesta “Fake Bank”. Quella che il procuratore capo di Catania Carmelo Zuccaro ha definito in conferenza stampa “una scellerata politica di concessione di crediti”, era la normale prassi gestionale dei vertici di Banca Base. Sono stati i finanzieri del comando provinciale di Catania e quelli del nucleo speciale di polizia valutaria a eseguire l'ordinanza delle misure cautelari, emessa da Gip del Tribunale etneo, nei confronti di Piero Bottino e di Gaetano Sannolo, rispettivamente presidente del Cda e direttore generale della “Banca Sviluppo Economico s.p.a.”, meglio conosciuta come Banca Base. I due banchieri, che si trovano adesso agli arresti domiciliari, sono indagati in concorso con altri 18 soggetti, per bancarotta fraudolenta, falso in prospetto, ostacolo all’esercizio delle funzioni di vigilanza e aggiotaggio. Tutti reati contestati per fatti attinenti allo stato d’insolvenza dell'istituto di credito dichiarato dal tribunale di Catania nel dicembre 2018 e confermato in appello nell’aprile 2019 con uno stato passivo di oltre 38 milioni di euro.

Gli arrestati

I beneficiari del credito "facilitato"

 Emergono crediti e affidamenti concessi per 750mila euro a favore del “Centro Turistico La Scogliera”, prestito garantito dalla Sila spa il cui socio di maggioranza è l'immobiliarista catanese Domenico Toscano. Altra società che ha ricevuto affidamenti senza sufficienti garanzie è stata la Scaringi spa (dichiarata fallita nel 2014). Nel gennaio 2015 è l'editore Mario Ciancio Sanfilippo a beneficiare di un'apertura di credito su conto corrente per un milione di euro, mentre a favore della Esmeralda Immobiliare di Giuseppe D'Urso è stato concesso, nel tempo, un affidamento che ha raggiunto i 600mila euro . L'anomalia, in tutti i casi citati dal procuratore Zuccaro (che comunqe rinmangono estranei all'inchiesta), è la totale assenza della genuina e corretta valutazione dei dati provenienti dalla centrale dei rischi, che avrebbero fatto desistere qualunque banca dal concedere ulteriori fidi in presenza di pregresse esposizioni debitorie.

Le indagini

Le indagini condotte dalle fiamme gialle - coordinate dal gruppo di magistrati della procura di Catania che si occupa dei reati di natura societaria, fallimentare e tributaria - hanno consentito di tracciare le condotte illecite operate dalla governance della banca etnea finalizzate a “rappresentare una situazione patrimoniale non corrispondente alla realtà, compiendo, allo stesso tempo operazioni finanziarie anti-economiche e dissipative del patrimonio societario: circostanze emerse grazie alle perquisizioni presso le sedi e i domicili dei soggetti coinvolti nonché di intercettazioni telematiche e di analisi documentali. Una serie di accertamenti che hanno messo in luce tutte le operazioni commerciali fasulle, non rispondenti alle ordinarie logiche economiche, finalizzate a un “maquillage” mero dei bilanci e concretamente idonee a minare l’integrità del patrimonio della banca. A spiegare i dettagli degli elementi probatori contenuti nel fascicolo sono stati i pm Agata Santonocito e Fabio Regolo.

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In via esemplificativa gli inquirenti hanno riportato: una cessione di una partita di crediti, ormai “carta straccia”, dal valore nominale di 5 milioni di euro, valutati al netto per 250 mila euro, per un corrispettivo di 300mila euro a favore della società modenese, con uffici operativi a Napoli, “Cooperfin spa”; una nuova cessione di crediti deteriorati, dal valore nominale di 670 mila euro al prezzo di 450mila euro, a favore di una società sprovvista di consistenza patrimoniale, la “Protebè spa”. Solo parzialmente, i componenti degli organi amministrativi e di controllo hanno segnalato l’esistenza di molteplici conflitti di interesse poiché l’elemento più inquietante era il fatto che il capitale sociale della Protebé provenisse da risorse finanziarie messe a disposizione da Pietro Bottino a favore della proprietà “formale” della società. Tale conflitto d’interesse, mai palesato, ha portato Banca Base a realizzare un’ulteriore operazione “opaca” senza che il consiglio di amministrazione e il collegio sindacale ne fossero messi a conoscenza.

I dettagli dell'operazione

La falsa lettera di ricapitalizzazione

Sotto la lente degli investigatori è finita inoltre una lettera che – secondo le intenzioni del duo Bottino-Sannolo – avrebbe dovuto testimoniare, agli occhi del Consiglio d'amministrazione e degli ispettori, il fatto di aver acquisito un ordine di pagamento proveniente dalla società britannica “Ifina” pari a 2,5 milioni di euro. Somma che sarebbe stata destinata alla ricapitalizzazione della Banca. Ma si sarebbe trattato di una vera e propria messa in scena: nella lettera in questione - priva di data e sulla cui autenticità gli inquirenti nutrono forti dubbi – c'era evidenza della volontà di un cittadino di nazionalità giordana, qualificato quale socio del gruppo Ifina, di disporre l’esecuzione di un bonifico a favore della Banca catanese. L’operazione di capitalizzazione che, secondo Bottino, avrebbe messo in salvo Banca Base, doveva realizzarsi attraverso l’intervento di una Banca degli Emirati Arabi e una società maltese. A tutto questo va aggiunta l’intermediazione di un soggetto italiano gravato da precedenti specifici per attività finanziaria abusiva e truffa, oltre al rinvenimento, da parte delle fiamme gialle, di file quasi identici, nel contenuto alla lettera e all’ordine di bonifico esibiti da Bottino al Cda, in alcune e-mail inviate un giorno prima al responsabile antiriciclaggio di Banca Base al direttore Sannolo. Si è trattato dunque dell’ennesima operazione commerciale poco trasparente, irrealizzabile per molti versi e finalizzata a prolungare l'agonia di un Istituto di credito già decotto.

Ulteriore condotta illecita attribuita a Pietro Bottino, si è concretizzata nella redazione e presentazione alla Consob del prospetto di offerta, documento contenente dati patrimoniali di rilievo per orientare le scelte degli investitori e propedeutico all’aumento di capitale imposto dall’Autorità di Vigilanza, dopo che lo stesso, per effetto di perdite su crediti, era sceso sotto la soglia dei 10 milioni di euro. In tale prospetto, Bottino, ricevuto mandato dal Cda, ha indicato un valore sovrastimato dei fondi propri della Banca, traendo così in inganno gli eventuali finanziatori. Da ultimo, la sottoscrizione di nuovi azionisti nel 2015 è avvenuta prevalentemente a Roma e non a Catania come autorizzato dalla Consob: addirittura per eludere tale vincolo i modelli di sottoscrizione riportavano falsamente quale località Catania e non Roma; in altre parole, si realizzava un’offerta di titoli fuori sede abusiva.

Banca Base: dalla fondazione al commissariamento

Banca BASE, nasce 2007, con la sottoscrizione del capitale da parte di 226 soci fondatori, provenienti per la maggior parte da società e imprenditori del settore farmaceutico. Inizia però a esercitare l'attività bancaria nel febbraio del 2009, con l’apertura degli sportelli di Catania e Misterbianco. In dieci anni di vita l’istituto di credito è stato sottoposto a quattro attività ispettive di Bankitalia, dalle quali, sin dall’inizio, è stato possibile desumere concrete difficoltà nella realizzazione del progetto industriale per il mancato sviluppo di adeguati volumi operativi in grado di sostenere la redditività, quest’ultima subito fortemente condizionata da perdite su crediti concessi. Le quattro ispezioni dell’Autorità di vigilanza (negli anni 2010, 2013, 2015/2016, 2017/2018), si sono concluse con giudizi progressivamente sempre più sfavorevoli. Erano state comminate sanzioni amministrative a carico degli organi direttivi ed erano state imposte prescrizioni di salvaguardia puntualmente disattese. Già nel giugno 2016, Bankitalia aveva imposto a Banca BASE di avviare un piano di ripatrimonializzazione con l’intervento di partner bancari di adeguato livello, vietando contestualmente l’erogazione di nuove linee di credito. L'imprudente e spregiudicata concessione di prestiti e affidamenti in assenza di garanzie reali, unita agli apporti partecipativi poco trasparentie da apporti partecipativi sempre poco trasparenti hanno condotto dunque al commissariamento dell’Istituto bancario il 13 febbraio 2018. Con l’insediamento del Commissario straordinario è emersa la drammatica situazione di carenza di liquidità della banca che ha portato alla sospensione, per tre mesi, del pagamento di qualsiasi passività e della restituzione di strumenti finanziari alla clientela. I duemila correntisti, addirittura, potevano prelevare dagli sportelli automatici solo 250 euro (fatta eccezione per il denaro accreditato dopo il 14 febbraio per il cui prelievo non venivano fissati limiti). Nello stesso periodo (aprile 2018), è stata perfezionata: la cessione di tutte le attività e passività di Banca BASE a favore di Banca Agricola Popolare di Ragusa (BAPR) al prezzo simbolico di 1 euro poiché la massa debitoria stimata in 4,5 milioni di euro veniva ripianata con risorse provenienti dal Fondo Interbancario di Tutela dei Depositi; l’apertura della liquidazione coatta amministrativa.

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