Storie dagli Sprar, Ibrahim: da medico a rifugiato del centro di Licodia Eubea

Dopo aver visitato i centri per richiedenti asilo di Vizzini, Caltagirone e Licodia Eubea, abbiamo raccolto tre storie per capire meglio chi sono le persone che vi abitano. La prima è quella di Ibrahim Muhammad 33 anni che vive presso il Centro Iris (finanziato coi fondi FER-Fondi Europei per Rifugiati)

Muhammad, Progetto Iris, Licodia Eubea

Dopo aver visitato gli Sprar (Sistema di Protezione per richiedenti asilo e rifugiati) di Vizzini, Caltagirone e Licodia Eubea, abbiamo raccolto tre storie per capire meglio chi sono le persone che vivono in questi centri. La prima dalla quale vogliamo partire è quella di Ibrahim Muhammad 33 anni che vive presso il Centro Iris (finanziato coi fondi FER-Fondi Europei per Rifugiati) di Licodia Eubea.

“Sono arrivato in Italia un anno fa. Nel  mio Paese ero un medico, poiché avevo frequentato un corso di 4 anni. Sono sposato e ho tre figli, insieme a mia moglie lavoravamo nella clinica di mia proprietà, ma adesso lei è casalinga. Abitavamo in un piccolo Paese ed io facevo parte del movimento religioso Tariq: il nostro Presidente aveva scritto un libro sulla religione musulmana, reinterpretando i concetti chiave della nostra religione in modo totalmente diverso da come facevano i talebani. Nel libro vi era scritto che l’Islam vuole la Pace, l’Amore perché tutti gli uomini sono uguali davanti a Dio, anche se di religione diversa. Ho cominciato a diffondere questo libro tra gli abitanti del mio distretto e mi sono ritrovato con dei nemici.

Una sera sono arrivati nella mia clinica delle persone che mi hanno chiesto se potevo seguirli per andare a curare un paziente che non poteva muoversi da casa: sono andato con loro e, dopo poco tempo, mi hanno tolto il cellulare e condotto presso un casolare di campagna in cui si trovava un giovane talebano completamente ferito: avevo detto loro che non potevo occuparmi di questo caso perché non ero capace, ma mi hanno obbligato.

Dopo pochi giorni la polizia è arrivata fino a casa e mi ha arrestato perché mi credevano complice dei talebani, considerato che avevo curato uno di loro. Ecco perché sono stato costretto a fuggire, la mia famiglia stava vivendo delle gravi ripercussioni a causa dell’equivoco nel quale mi sono trovato: mia moglie ha perso il lavoro e adesso è tornata a vivere dalla sua famiglia con i miei figli.  Il viaggio che ho affrontato è stato duro: è durato un anno, e ho vissuto in Grecia, passando dopo per la Macedonia, la Serbia e la Romania.

Ero felice nel mio Paese, ci vivevo molto bene: tra tutti i Paesi in cui ho vissuto, l’Italia è sicuramente quello in cui mi sono trovato meglio, per il semplice fatto che qui non mi è mai mancato da mangiare. Avrei preferito rimanere nel mio Paese e morire lì, piuttosto che affrontare un tragitto del genere (avvenuto per terra) dato che ero un viaggiatore illegale. Il problema maggiore è che non c’è lavoro, tutti ci chiediamo dove andremo a finire quando il progetto arriverà al termine. Sono molto preoccupato per la mia famiglia, perché non riesco a mandare loro dei soldi e so che servono perché i bambini devono andare a scuola. Ho anche la responsabilità di pensare a mio padre e a mia sorella, ma non vedo i miei figli da tantissimo tempo e con mia moglie non siamo più in buoni rapporti: aspetto l’inizio di una nuova vita, anche se sono molto preoccupato”.

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